
| Il lutto al braccio, il cappello alpino tenuto sul cuore, gli striscioni portati dagli Alpini della Sezione Cadore ( "Brigata Cadore Addio", La montagna si spopola, ci tolgono anche gli Alpini") e di tante altre sezioni, sono stati i modi civili per esprimere il rammarico, il disappunto e la delusione per i provvedimenti di riorganizzazione dell’esercito che hanno coinvolto anche le truppe alpine con una sensibile riduzione degli organici e la cancellazione delle Brigate Orobica e Cadore. A Reggio Emilia le autorità presenti, tra le quali anche il Presidente della Repubblica Scalfaro e il Ministro della Difesa, hanno potuto toccare con mano il disagio dell’Ana e di tutti coloro i quali credono che le truppe alpine siano l’ultimo presidio della montagna e non debbano essere indebolite o cancellate. Ma a Reggio c’è stato anche chi, per protesta, ha fischiato il palco delle autorità e il Presidente della Repubblica: decisione incomprensibile per due motivi. In primo luogo Oscar Luigi Scalfaro era, come da alcuni anni a questa parte, l’ospite più ambito e prestigioso dell’Adunata. | Avrebbe potuto scegliere di non partecipare, giustificandosi con uno dei suoi impegni cui è soggetto, invece era presente per portare il suo saluto alle migliaia di alpini partecipanti, onorandoli con la sua presenza. La semplice buona educazione avrebbe dovuto quindi consigliare un comportamento diverso. Secondariamente, se si è giunti al taglio delle Truppe Alpine non è certo colpa del Presidente della Repubblica o del Governo in carica. Il "nuovo" modello di difesa che mira, com’è noto, a razionalizzare le Forze Armate e a rispiarmare sulle uscite, affonda le sue radici in progetti vagliati dal parlamento parecchi anni fa e che oggi iniziano a trovare attuazione concreta. Per questo è difficile capire chi ha voluto esagerare la protesta, non limitandola agli atti in cui ho detto all’inizio. Tanto più che i veri alpini dovrebbero conoscere, per tradizione centenaria, il rispetto, dell’Autorità e dei simboli della Patria. Fischiare, non solo è stato inutile, ma soprattutto non è stato un comportamento "alpino". |
| Da Carbonin a Passo Monte Croce, passando per Cortina, la valle del Boite, il centro Cadore e il Comelico. E’ il progetto della Lunga via delle Dolomiti, percorso cicloturistico di 90 chilometri ideato dalla Magnifica Comunità di Cadore e ormai in fase conclusiva dell’opera da parte dell’architetto Mamoli di Vicenza. Il tracciato è previsto lungo vecchie strade in disuso, sentieri da ripristinare, vie sterrate ad uso forestale e agro-silvo-pastorale, tratti ai margini della viabilità esistente. Allora, se la discesa da Misurina a Cortina e l’attraversamento della valle del Boite sembrano meno problematici o, comunque, di immediata individuazione (sfruttando quanto resta del percorso dell’ex trenino delle Dolomiti) maggiori problemi subentrano in Centro Cadore (passaggio sulla sponda sinistra orografica del lago) e, soprattutto, in Comelico (Salita da Santo Stefano a Comelico Superiore o, prima, a San Pietro e Danta). Per arrivare alla fase esecutiva del piano, tuttavia, dovranno succedersi ancora sopralluoghi e altri incontri. Restano, infatti, da precisare particolari importanti, dalla definizione dei lavori preliminari indispensabili (recupero, pulizia o apertura dei tracciati, posa della segnaletica, inserimento d’ infrastrutture per agevolare il superamento dei passaggi più difficili), alla programmazione dei tempi d’intervento, alla previsione delle opere nei piani urbanistici locali,alla presa di contatto con gli altri enti coinvolti (Enel, Anas, Servizi forestali). | Ancora, si dovrà discutere il finanziamento della Lunga via delle Dolomiti, dopo che le tre Comunità montane del territorio interessato al progetto hanno coperto i costi di progettazione (36 milioni, 12 ciascuna) e con la possibilità di attingere ai fondi comunitari europei dei programmi Leader e InterReg. Infine, se il percorso principale trova dubbi e ostacoli, tecnici e amministratori saranno chiamati a valutare le opportunità di collegamento con piste secondarie, itinerari per mountain bike, con analoghi anelli cicloturistici allestiti in Pusteria o con le escursioni su due ruote illustrate nell’ambito dell’iniziativa "Pedala facile". Si tratta, in quest’ultimo caso, di schede che pubblicizzano dei percorsi circoscritti a realtà locali, limitati all’ esplorazione di particolari aspetti paesaggistici. Qualcosa di diverso, insomma, dall’idea della grande via attorno alla Dolomiti ad abbracciare un’area montana omogenea e di confine. Per prima cosa sarà necessario fare le giuste valutazioni. L’obiettivo prioritario è la promozione di un turismo diverso ed ecologico, ma solo l’adeguato coordinamento delle forze in gioco trasformerà l’iniziativa in una concreta proposta di uso e frequentazione dell’ambiente. |
| Dialetto ladino cadorino : una dignità da riconoscere. E’ scientificamente accettato che le caratteristiche del dialetto del Cadore sono quelle della lingua Ladina, ma si assiste a tutt’oggi ad un progressivo e lento abbandono della parlata tradizionale della nostra gente. Certo le mutate condizioni di vita della nostra gente hanno necessariamente portato a una "omogeneizzazione" della cultura che diventa tutta uguale dal paese del Nord fino alla Sicilia, l’internazionalizzazione dell’industria cadorina che esporta più del 70 per cento del fatturato e l’arrivo di numerosi immigrati stanno contribuendo al fenomeno di lenta scomparsa di una parlata che è tradizione e cultura. Un pericolo perché cancella una storia, delle tradizioni, un modo di comunicare legato al fascino e all’immediatezza del dialetto. Un dialetto sempre scoraggiato, vissuto quasi come un "essere inferiori" rispetto a chi "veniva da fuori" e parlava bene l’italiano. Un dialetto sacrificato alla cultura dell’italiano e perciò sta perdendo progressivamente le sue originalità per avvicinarsi al veneto o all’italiano stesso. E’ tempo perché si ricorra ai ripari e si rivaluti quanto fino ad oggi era relegato nell’immediatezza di un discorso fatto in casa: quello che noi chiamiamo dialetto ha storicamente e linguisticamente la dignità di una lingua molto ben studiata in tutte le sue sfumature : il Ladino. Sfumature la differenziano dal modo di parlare di altre aree vicine dove l’integrità della lingua è rimasta in quel continuum che parte (per la provincia di Belluno) da Fodom, Ampezzo e raggiunge il Comelico, non è pensabile né credibile che tra le due zone, accettate come ladine, vi sia un’area diversa. La trasformazione profonda del Cadore è stata segnata dallo sviluppo industriale degli ultimi 40 anni, che ha differenziato l’itera area di quelle più legate alle attività lavorative della tradizione. Questo impulso ha reso meno sentita l’esigenza di mantenere il nostro dialetto-lingua che è stato considerato "un impaccio" da dimenticare piuttosto che "un valore" da conservare, come segno di tradizione e cultura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi dove il dialetto ladino è pressoché scomparso, come Pieve, ed aree, anche vicinissime, | dove questo si è mantenuto in modo abbastanza conservativo, quali Pozzale e Lozzo. Ma di base tutti gli anziani parlano ladino e attraverso loro una parte della tradizione orale è stata e può essere recuperata. Ma al di la della ricerca storica ed etnografica il Cadore deve cominciare a dare valore e dignità al suo dialetto ladino; incentivando la trasmissione di questo modo di parlare dai genitori ai figli e valorizzandolo anche nella scuola stessa. E nella scuola si sta parlando di riconoscimento ufficiale del ladino come lingua da insegnare a tutela delle minoranze linguistiche (come il pdl attualmente all’esame del parlamento). Ma indipendentemente dall’iter della legge e dalla possibilità di realizzare questa evenienza, deve essere , fatta opera di sensibilizzazione e valorizzazione di storia, cultura e lingua locali attraverso la scuola, che deve dare anche informazioni su quella che è la nostra realtà. "Dare dignità al ladino si può fare anche nella scuola attuale - dice il prof. Giandomenico Zandenigo, profondo conoscitore di storia e tradizioni locali - nei programmi ministeriali sono citate più volte le minoranze linguistiche e l’attenzione che va data a cultura e tradizioni locali. Ogni insegnante decide poi liberamente quanto spazio dare all’argomento che rientra comunque a pieno titolo nei programmi tradizionali". E se vogliamo dare effettivamente dignità al dialetto ladino che parliamo, dobbiamo valorizzarlo nelle case e ancor più nelle scuole, dove i ragazzi devono imparare che il modo di parlare dei genitori e dei nonni è parte importante di una cultura da salvare,e che non deve sparire di fronte alla lingua uniformante della tv. Corsi di aggiornamento per gli insegnanti sui temi della cultura locale e del ladino e promozione - valorizzazione di una cultura che caratterizza le nostre vallate e che ha segnato la nostra storia. E’ un peccato cancellarla per renderla solo motivo di discussione tra gli studiosi. |
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