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  Anno XLV - N.2 - Febbraio 1997



 Perché l'alpino se ne è andato ?
  di Giuseppe Rizzo

filet.gif - 0,05 K La "Cadore" è stata cancellata. Come d’altra parte, di recente, è avvenuto a numerose altre unità di "supporto", a livello battaglione, del IV Corpo d’Armata Alpino. Cancellata, nel cordoglio di tutti noi. Sprofondati, come siamo, nella prospettiva, a medio-lungo termine, della perdita della memoria storica di certi reparti, della tradizione nonché dell’anemizzazione progressiva dell’alpinità. E, di conseguenza, dell’alta funzione sociale che l’Ana svolge nella nostra Patria. E ciò anche per via del profilarsi dell’obiezione di coscienza come diritto soggettivo e per l’avvento dell’era dell’alpino volontario-professionista estraneo al nostro Dna. Su questi valori e timori, Comitati e forze diverse hanno basato lodevoli sforzi di contrasto al progetto di scioglimento della " Cadore" senza riuscire a far recedere I vertici politici, unici veri responsabili delle decisioni finali. Priva, a priori, di concrete possibilità di successo, l’azione conclamatoria di un partito di opposizione, minoritario a livello nazionale, isolato nella sua filosofia secessionista. Per la storia, fui proprio io che diedi l’avvio delle iniziative di contrasto quando, nell’autunno 1990, alla cerimonia del cambio fra il gen. Rosa ed il Gen. Papini, stimolai il Sindaco di Belluno e il Presidente della Sezione Ana, l’amico Zanetti, a promuovere la costituzione di un Comitato "Pro Cadore". Un Comitato tra Comuni e Provincia rappresentativo della volontà popolare avversa ad ogni ipotesi di scioglimento della Brigata.Valutavo, infatti, di una qualche utilità forti iniziative popolari, apartitiche, a sostegno delle valutazioni ed argomentazioni di ordine prettamente militare che io, allora comandante del IV C.A.Alpino, sostenuto dagli studi del mio Stato Maggiore, portavo con forza nelle sedi istituzionali di vertice dell’Esercito. Si era, infatti, appena conclusa sotto la spinta emotiva della caduta del muro di Berlino, una prima ristrutturazione dell’Esercito che per le truppe alpine, malgrado la nostra strenua resistenza, aveva comportato il doloroso scioglimento dell’ "Orobica"Ed a livello culturale affioravano già le prime avvisaglie di una ristrutturazione più ampia che poteva significare per noi la perdita anche della "Cadore".Presi l’iniziativa del Comitato, pur trovandomi, quale comandante del IV C.A. Alpino, in una posizione istituzionale vincolante, perché ero convinto,come lo sono tuttora, che, nel superiore interesse della Patria, l’ulteriore scioglimento anche di una sola altra brigata alpina avrebbe arrecato grave danno alla sicurezza nazionale a partire dal Nord Est.Tesi che ho continuato a sostenere con documentate argomentazioni tecnico-militari e di politica militare anche dopo, una volta lasciato il servizio agli inizi del 1992, fino ad oggi. Nelle sedi istituzionali, in numerosi convegni, e sulla stampa nazionale, regionale ed alpina, tentando di creare una favorevole corrente di opinione pubblica. Tutto è stato inutile. O meglio, quasi. Perché a guardare bene il Comitato qualche risultato lo ha ottenuto. Difatti per non far sparire gli alpini in armi dal Cadore, il IV Corpo d’Armata Alpino ha dovuto coinvolgere nel dolore degli scioglimenti il Friuli con la "Julia" che, pur nella rivolta popolare, ha visto scomparire il "Cividale" ed il "Vicenza". Cosa da poco? Di contro il Cadore ha perso la brigata immagine, col suo nome, di questa terra di alpini, con il favoloso "battaglion Cadore", lo stupendo 6° da montagna oltre ai reparti di supporto. Perdita per il Cadore e il Friuli di riferimenti "vivi" importanti di cui bisognerà curare con costanza la memoria storica. Ma la presenza degli alpini in armi permane in Belluno con il BAR e, in Feltre, con il glorioso 7° che è il più genuino simbolo dell’eroismo cadorino. Infine sul piano della memoria storica è giusto ricordare che oggi il 7° è ritornato alla "Julia" dopo esserne stato staccato nell’aprile del 1937 per essere assegnato alla "Pusteria".Ma, ora, quale sarà l’effetto della nuova situazione sul quadro complessivo del reclutamento alpino? Tanti in questi ultimi tempi I reparti sciolti e quindi, nel tempo, migliaia e migliaia di alpini in meno, anche per l’Ana. Ed è naturale chiedersi quali saranno prevedibilmente le Sezioni Ana che ne risentiranno maggiormente. Tutti sappiamo che la "Cadore" è sempre stata costituita da cadorini, si, ma in prevalenza da veneti delle diverse province contermini e da emiliani-romagnoli.La "Julia" invece, da friulani e veneti. A "rigor di bazzica" nella nuova situazione, ci sono le condizioni perché il 7°, costituito in pratica dal solo battaglione "Feltre", sia costituito tutto da cadorini. filet.gif - 0,05 K Come alle origini. Se, ovviamente, le sezioni Ana dell’intera area, in raccordo costante con il IV Corpo d’Armata Alpino, continueranno ad adoperarsi perché I loro ragazzi non vengano inviati altrove. E se non espolderà, come invece il temo, a legge approvata, la massiccia corsa all’obiezione di coscienza ed al servizio civile. Per le stesse considerazioni nei reparti della "Julia" dislocati in Friuli vi sono le condizioni perché aumenti la percentuale di friulani rispetto ai veneti. In sostanza, penso che, fatte salve obiezioni di coscienza e servizio civile, le migliaia e migliaia di alpini in meno, nel tempo, saranno prevalentemente a impoverimento delle Sezioni venete contermini e di quelle emiliane e romagnole. Fino, alla distanza, alla anemizzazione di parecchie di esse. Ma il danno più grave dello scioglimento della "Cadore" lo riceve, a mio parere, la sicurezza nazionale, a partire, come già detto, dal Nord est. Troppo complessa, articolata e abbisognevole di spazio e tempo, l’illustrazione di tutte le argomentazioni che mi hanno portato, da sempre, a questa affermazione. Mi limiterò, si conseguenza, ad una o due che ritengo essenziali. E mi spiego. La nostra frontiera nord orientale è l’unico passaggio terrestre da cui storicamente sono giunti e tuttora potrebbero giungere minacce terrestri esterne salvo il terrorismo di qualunque natura ed origine. Mi riferisco ad eserciti, massicce migrazioni di profughi, infiltrazioni consistenti di extracomunitari, ecc. C’è tuttora qualcuno che dice che è scomparsa ogni minaccia da est. Invece la maggior parte degli studiosi di geopolitica guardano con grande apprensione alle instabilità interne della Ex Unione Sovietica e scrutano preoccupati nel futuro della grande Russia dove si sta, già oggi, giocando una partita asperrima per il potere. Così come guardiamo, senza riuscire a fare previsioni rassicuranti, alla polveriera balcanica: ex Jugoslavia, Croazia, Serbia, Bosnia, Kossovo, Macedonia, Bulgaria, ecc. E la Slovenia, orfana della ex Jugoslavia che aveva un esercito a prevalenza serba, non avendo ereditato alcuna parte di esercito lo sta costituendo. E la Russia non vuole che Polonia, Romania, Ungheria ecc. .. entrino nella Nato. Potrei continuare. Mi limito a chiedermi quali garanzie di pace sicura in Europa abbiamo nei prossimi 50-60 anni e se possiamo escludere con sicurezza la possibilità di dover difendere o controllare consistentemente la frontiera orientale. E se, di conseguenza, è senza rischi l’aver quasi totalmente sguarnito di forze militari il Nord Est così come è stato fatto in questi ultimi anni. Sciolti numerosissimi reparti nell’area veneto-friulana, tanti altri sono stati trasferiti ad sud realizzando, per motivi non certo di natura militare, una vera e propria "meridionalizzazione" dell’esercito. Poiché nel 1997 saranno sciolte anche la Brigata "Mantova" e la "Gorizia", resteranno in zona solo la "Julia", la Brigata di Cavalleria "Pozzuolo del Friuli" e la Brigata corazzata "Ariete", ambedue, queste ultime, assolutamente inadatte a presidiare posizioni di confine, meno che mai in montagna. Ciò significa che per presidiare, difendere o anche solo controllare il settore montano del confine orientale lungo, dal Tarvisiano al Cividalese, oltre cento chilometri, molto compartimentato da numerose valli, con molti passi e forcelle, saranno disponibili solo tre battaglioni alpini ( "Gemona" "Tolmezzo", "Feltre") e un solo gruppo di artiglieria da montagna (gittata 20 chilometri). "Taurinese" e "Tridentina" potrebbero essere necessarie altrove, compreso il controllo del confine nord con l’Austria.E quel settore montano ad est richiede alpini, non semplici fantaccini. Non insisto. Mi sembra un fatto che tutti, qui da noi, possono comprendere. Speriamo davvero che nessuno, mai, in futuro debba subire danno dallo scioglimento della "Cadore" deciso per ragioni che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze militari. Ha vinto solo la demagogia politica.

* già comandante del IV Corpo d’Armata Alpino
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   UN' OTTIMA IDEA PER RILANCIARE IL CENTRO CADORE IN INVERNO
  Benvenuto, turismo scolastico
   di Gianluca Zandanel

filet.gif - 0,05 K Sbarca anche in Cadore il turismo scolastico. Grazie a un accordo fra gli albergatori del Centro Cadore e le Ferrovie dello Stato, il Cadore diventa infatti una delle mete possibili dei viaggi di istruzione, le tradizionali "gite scolastiche" organizzate ogni anno in gran numero a quasi tutti gli istituti superiori della penisola, un affare tutt’altro che trascurabile, foriero di nuovo sviluppo del settore turistico in Centro Cadore.L’accordo fra albergatori e ferrovie, supportato dal fondamentale contributo degli enti locali, è nato quasi per caso , da un fortuito incontro fra l’albergatore Gildo Trevisan ed un rappresentante delle Ferrovie niente meno che a Mosca, durante una manifestazione di operatori del settore. Un accordo che ha cominciato a dare I primi frutti significativi. Sabato 11 gennaio la sede della Magnifica Comunità ha infatti ospitato la presentazione nazionale del programma 1997 per il turismo scolastico in treno, alla presenza di provveditori, presidi e giornalisti di tutta Italia, inviati dalle Ferrovie e giunti a Calalzo con un treno speciale da Roma. L’occasione è stata propizia anche per valutare le potenzialità turistiche e culturali del comprensorio, e si può ben dire, almeno sulla base delle dichiarazioni degli intervenuti, che il Cadore ha fatto un’ottima impressione. La nostra terra riesce infatti molto bene a coniugare assieme il turismo nella versione più tradizionale, fatto cioè di natura e di divertimento, con l’ elemento culturale, che si dimostra indispensabile per questi tipi di soggiorno. I rappresentanti del mondo scolastico hanno infatti tenuto a precisare come il turismo scolastico debba intendersi sempre meno come gita scolastica, e sempre più, invece come un viaggio d’istruzione, nel corso del quale gli filet.gif - 0,05 K studenti possano entrare a contatto con una realtà storica, sociale e culturale diversa dalla propria, per trarne effettivamente un insegnamento da inserire nel percorso formativo che I programmi scolastici dei diversi istituti impostano per i loro allievi. L’esempio concreto di come possa svolgersi un viaggio di istruzione è dato proprio dalla prima settimana bianca, che si svolgerà dal 2 all’ 8 marzo, organizzata da albergatori e Ferrovie, che offriranno alle scuole un interessante "pacchetto" completo, che comprende il viaggio andata e ritorno da Firenze e Bologna fino a Calalzo con un treno speciale, il soggiorno negli alberghi, lo sci praticato sotto la guida di maestri, la visita ai musei dell’occhiale e della Magnifica Comunità, alla casa di Tiziano, ai murales di Cibiana, lezioni sulla natura e l’ambiente tenute da personale del Corpo Forestale dello Stato. I vantaggi che il Cadore può trarre da queste iniziative, specialmente se l’esperienza di quest’anno potrà dilatarsi nei prossimi, sono molteplici: nuova linfa al turismo, specialmente in Centro Cadore, un rilancio della linea ferroviaria, che gli operatori hanno giustamente indicato come mezzo strategico ne l settore turistico, e soprattutto la diffusione della propria storia e cultura in tutta Italia, e proprio nel luogo più adatto, le scuole. Senza dimenticare che, in fin dei conti, gli studenti di oggi potrebbero essere I turisti di domani. filet.gif - 0,05 K






  Perché riunire i comuni.
  Le motagne sono luoghi di unità più che di divisione
   di Bortolo De Vido

filet.gif - 0,05 K Si accende il dibattito sulla proposta di Silver De Zolt di giungere, per il comprensorio del Comelico, a un Comune unico. Non è stata una voce solitaria, "vox clamantis in deserto" se è vero che altri personaggi avevano lanciato la sfida per realizzare una grossa entità amministrativa, dal volto unitario, in grado di presentarsi all’esterno con una robusta forza contrattuale più tangibile sulle piazze estere. Ma i tempi hanno detto sinora di no alla proposta. Guido Buzzo, già sindaco di Santo Stefano, presidente dell’Aast Val Comelico, amministratore giudiziario della Regola di Presenaio, si batte da tempo per l’unione dei servizi dei sei comuni. "Ho martellato con documenti, dichiarazioni di voto e interpellanze tutti gli enti dei quali ho fatto parte, ho tenuto vivo e desto il problema, ma devo confessare che i risultati sono stati deludenti". Guido Buzzo, che attualmente fa parte della minoranza in Comune di Santo Stefano e della Comunità Montana, indica nel campanilismo strisciante una delle cause, forse quella fondamentale, dei grossi ritardi accumulati in questo importante settore. "Non ho avuto segni di volontà di agire in questa direzione neppure con la polizia minicipale" ammette sconsolato. "Siamo fuori e lontani", ha scritto Buzzo alla fine del 1995, ricordando che le Comunità Montane devono tendere proprio alla unificazione dei servizi comunali. Nonostante ciò, ritiene che la battaglia vada condotta, attraverso, magari, una strategia più morbida e convincente. filet.gif - 0,05 K "Occorre tempo", sostiene, per creare un favorevole contensto sociale e quindi una forte mobilitazione perchè il progetto si cali nella realtà. Circa la strategia ritenuta più efficace, Buzzo pensa che occorra procedere prima all’unificazione dei servizi comunali. Qualcuno ha anche proposto di riesumare i due antichi centenari del Comelico, puntando a due comuni, quello di Comelico Inferiore con l’assorbimento di Santo Stefano, San Pietro e Danta; e quello di Comelico Superiore con I Comuni di Comelico Superiore e San Nicolò. Passaggi non obbligati, ma utili a stabilire, tutti insieme, le condizioni più favorevoli per giungere al risultato finale che è e rimane la costituzione di un solo, grande e forte Comune unico del Comelico, con tutti i vantaggi (sociali, economici e turistici) che il risultato assicurerà. E’ necessario rafforzare i vincoli che legano la gente di montagna e cercare soluzioni comuni a problemi comuni. Le montagne sono luoghi di unità più che di divisione. Quindi bisogna rimuovere gli ostacoli oggettivi che impediscono l’unità di intenti. Nell’interesse del Comelico occorre creare un invitante, favorevole contesto sociale e quindi una forte mobilitazione locale diretta allo sviluppo socio-economico e culturale. Individuate le vocazioni e le basi essenziali, non trascurando le bellezze naturali, passare alla loro valorizzazione trasforamandole in imprese economicamente redditizie. filet.gif - 0,05 K



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