
| L’analisi antropologica sui cadorini condotta da Marzia Kichelmacher per la Magnifica Comunità e pubblicata sull’indagine denominata "Progetto Cadore", evidenzia alcuni dati decisamente interessanti. Anche per i collegamenti che se ne possono trarre in relazione all’attività di orientamento a favore degli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. Intanto dove nasce la forza di una identità territoriale? Dall’equilibrio tra coesione interna e apertura con l’esterno. Riferita al Cadore, il senso dell’appartenenza delle popolazioni locali è evidente: la gente è fortemente attaccata alla propria terra, al proprio ambiente, alla montagna e alla storia dei luoghi. E fatica ad aprirsi ad esperienze con l’esterno, soprattutto con quelle di cui non conosce esattamente tutti gli elementi necessari a chiarire il rapporto. L’affetto per il proprio territorio è punto di partenza fondamentale per approdare alla solidarietà e al lavoro inteso come serietà, compattezza, impegno. Ma mentre in Cadore è presente una forte cultura dell’ aiuto e del "fare con gli altri", è rara l’abitudine a "stare con gli altri", forse perché la "vicinanza" era (ed è, come tradizione ereditata dal passato) in funzione del sostegno. | Come scarso è il rapporto tra impresa, istituzione e società civile, rilevante è in Cadore il concetto di individualismo, che esprime non raramente una sorta di " genialità del singolo" espressa nei vari campi della imprenditoria, della cultura e della politica. Preoccupante anche il quadro collegato all esplorazione sui giovani, rappresentanti di una "società che invecchia senza eredi", deboli nei legami con gli anziani, poco stimolati ad assumere la qualifica di "motore della società". Decisamente illuminante, peraltro, la constatazione che il primo sentimento suscitato nei cadorini dall’ arrivo di forestieri (l’ "altro" che perturba consuetudini rassicuranti ) è quello della diffidenza. In vista della riprogettazione strategica del territorio, sono importanti invece l’educazione dei giovani come investimento nel futuro; il ruolo della formazione nel passaggio scuola-lavoro, il collegamento scuola-impresa, l’investimento nel sapere come fattore competitivo. |
| Cadore luogo di grandi tradizioni ma anche di pesanti contraddizioni dove si fatica a trovare un giusto equilibrio tra coesione interna e spinta all’esterno, gli elementi della forza di identità Dott. Kichelmaker, nell’ indagine del "progetto Cadore" dedicata ai giovani, quali sono le prospettive concrete che aiutino a superare i condizionamenti presenti ? Bisogna dire subito che l’elemento della coesione è il grande punto di forza della realtà del Cadore e quindi anche dei giovani. Fatto assolutamente non ovvio nei confronti di altri terrritori italiani dove il senso dell’ apparenza è decisamente più sfumato e meno decisivo.Esiste una evidente scarsa propensione all’esterno e questo deve essere ritenuto un fattore di debolezza: una sorta di timidezza o di discrezione del singolo impedisce, in un contesto di grande consapevolezza, di prendersi poi carico dei destini della collettività e quindi di rischiare, in termini di leadership e di voler emergere. | A fronte di un forte senso dell’ appartenenza e di identità c’è il pericolo di una "deriva", di una certa passività che, se protratta nel tempo, apre la porta a gestori esterni, provenienti da altre zone. Se i giovani non gettano oggi le basi, con lo studio e l’approfondimento, per diventare, un domani, classe dirigente, anche il senso di identità è destinato a sfumare, a non essere più l’elemento forte della cultura locale. C’è una grande speranza che spira sul Cadore perché i punti di forza sono nettamente superiori a quelli di debolezza. L’elemento di identità, che riguarda tutte le classi sociali, i giovani e gli anziani, gli imprenditori e gli operatori, fa emergere anche le contraddizioni ma mette l’ accento sulle risorse intrinseche di un luogo e di una comunità che vuole riprogettare il suo fututro e che coltiva sogni e speranze, la molla per pensare a un domani più gratificante e intenso. |
| Si chiama Primo Gadia. E’ stato l’ultimo comandante della Brigata Alpini "Cadore". E il Cadore lo ha voluto salutare ufficialmente, dare l’addio alla Brigata che ha portato il nome del nostro territorio e che, praticamente, è stata formata da uomini delle nostre zone e di chi queste zone ha sempre amato, con una cerimonia nel salone della Magnifica Comunità a Pieve. Consegnando a Primo Gadia, uomo come noi, montanaro della valle di Susa, generale che non ama le guerre ma che sente di avere l’obbligo di fare il proprio dovere nel nome del proprio Paese (della Patria, si dovrebbe continuare a dire anche se oggi di patrie, se ne riconoscono tante, tutte piccole...) e lo ha sempre fatto, soprattutto coordinando l’attività della "sua" Brigata dove c’era più bisogno dell’ impegno dei suoi soldati: nelle calamità, nei servizi d’emergenza a fianco di chi soffre o di chi è impegnato in altre battaglie contro nemici subdoli, da sconfiggere, qualora sia possibile. | La targa d’argento, consegnata con poche parole dal prof. Gian Candido De Martin, presidente della Magnifica, circondato da sindaci e consiglieri del massimo ente cadorino, dice: "Con viva riconoscenza per il servizio reso alla nostra gente della Brigata che ha portato alto per tanti anni il nome di questa terra alpina. La Magnifica Comunità di Cadore gennaio 1997". Cioè la data dello scioglimento della Brigata. E con poche parole l’ultimo comandante della "Cadore" ha ringraziato la Magnifica Comunità donando a sua volta un simbolo alpino di grande spessore artistico: un bronzo de "L’Apino" di Murer. E’ stato un incontro tra amici che, per decisioni affrettate e forse poco convincenti, sono stati costretti a lasciarsi per sempre. Mantenendo intatti simpatia, stima, rispetto. |
![]() | ![]() | ![]() |