LE DOLOMITI

Sono montagne uniche al mondo per la mutevolezza dei loro colori al cambiare della luce del giorno: le vediamo ammantarsi di rosa al sorgere del sole per poi accendersi gradualmente di una luminosità dorata col trascorrere delle ore; al tramonto ci appaiono come sontuose cattedrali infuocate che sfumano piano nei toni bruno-violetti della sera e infine scompaiono fondendosi nel blu intenso della notte.
I loro profili, così singolari, definiscono per ognuna di esse un carattere proprio, quasi a voler dar loro una dignità individuale inconfondibile.
L'origine delle Dolomiti viene fatta risalire al periodo triassico superiore dell'era mesozoica quando questa regione era sommersa dal mare.
Il basamento di rocce scistose-cristalline sul quale si sono formate risale addirittura all'era primaria.
Sugli scisti cristallini si depositarono vari sedimenti marini: marne, arenarie ed altri scisti di diversi colori; intorno alla metà del triassico cominciarono a formarsi i grandi massicci calcareo-dolomitici creatisi dall'aggregazione graduale di materiali di scogliera depositati da miriadi di coralli e alghe calcaree.
A queste formazioni si aggiunsero ancora altri materiali molto vari, regolarmente stratificati, tra i quali argille di colore giallo-rossastro e marne calcaree, a formare la Dolomia infraraibliana.
L'attività costruttrice degli organismi marini riprese ancora fino alla fine del periodo triassico: fu a quel punto che si costituì la Dolomia Principale.
Le montagne che vediamo oggi, dunque, altro non sono che gli scheletri e i sedimenti di organismi e minerali di origine triassica emersi nel periodo eocenico, dopo il ritiro del mare, e continuamente rimodellati dagli agenti atmosferici.
Il terreno raibliano, sopra il quale poggia la dolomia principale, è costituito da materiali facilmente erodibili: le caratteristiche cenge e gli ampi ghiaioni che spesso notiamo ai piedi di queste montagne sono dovuti proprio all'instabitità del loro basamento.
Le rocce dolomitiche sono presenti anche in altre parti d'Europa, ma solo nella regione compresa tra l'Alto Adige e il Cadore raggiungono una vastità e un'imponenza tali da infondere al paesaggio un tocco particolare e inconfondibile.
Fu il geologo francese Dolomieu (1750-1801) a studiare per primo, verso la fine del Settecento, il materiale che costituisce queste caratteristiche formazioni montuose: fu lui ad individuare la prevalenza del carbonato doppio di calcio e magnesio che dà alle Dolomiti la loro singolare morfologia.
Non si può parlare di queste montagne senza accennare ad un altro elemento caratteristico del paesaggio: le foreste che ne costituiscono l'ampia cornice.
Ovunque dominano distese di abeti, faggi e larici in un susseguirsi di delicati chiaro-scuri; diffusi nel sottobosco troviamo l'acero montano, il sorbo, la betulla, il frassino, il salicone ed il pioppo tremolo.
Sullo strato erboso trovano dimora il rododendro, il mirtillo, la lonicera, il viburno, la dafne, l'erica carnea, il Lycopodium, le felci ed i muschi a formare un tappeto continuo.
In prossimità della roccia giacciono grandi macchie di pino mugo a delimitare il confine tra la folta vegetazione arborea e la spoglia parete montuosa.
Oltre questo limite fanno la loro comparsa graziosissime isolette verdi di piantine genericamente conosciute come "fiori di montagna".
Tra i ghiaioni è comunissima la Driyas octopetala; frequenti sono anche la Thlaspi rotundifolia, crucifera cespugliosa dai fiori lilla profumatissimi e la Linaria alpina dai gentili fiori a calice azzurro-viola. Sulle rocce calcaree e dolomitiche vivono la Petrocallis pyrenaica dalle corolle rosse, la Potentilla caulescens dai fiori bianchi, la Draba sautéri dai petali gialli e molte altre specie il cui elenco sarebbe ancora lungo.
È doveroso un cenno anche alla popolazione faunistica che solo una cinquantina di anni fa abitava in numero straordinariamente grande le Dolomiti orientali. Oggi è piuttosto ridotta: il merito di questa vergognosa strage è dell'uomo che con la caccia, ma soprattutto col bracconaggio barbaro ed incosciente, rischia di non lasciarne nemmeno più traccia.
Fra i mammiferi, nei fitti boschi, vivono il capriolo ed il cervo, mentre in alta montagna, fra i ghiaioni e sulle rocce, si muovono con funambolesca agilità il camoscio e lo stambecco.
Ovunque si trova la lepre alpina dal manto mirabilmente mimetico soprattutto al sopraggiungere dell'inverno.
Gli alberi sono la dimora preferita degli scoiattoli, mentre un po' dappertutto dà fugaci apparizioni di sé la volpe.
Non è raro, aggirandosi tra le pendici dei monti, sentire il caratteristico fischio delle marmotte.
Più raro è il tasso. Purtroppo sono quasi scomparsi la martora, la donnola, l'ermellino e la lontra.
Fra gli uccelli ricordiamo il gallo cedrone, il fagiano di monte e la pernice bianca.
Più raro è il fringuello alpino che vive a branchi e nidifica oltre i 2000 metri. Nei boschi cantano il ciuffolo, il fringuello, il regolo, lo scricchiolo, il merlo, il tordo, il cardellino e l'usignolo.
Rarissimi sono i rapaci ai quali in passato è stata data una caccia spietata: la poiana, l'astore, il falco pellegrino, per non parlare dell'aquila.
L'ittiofauna non è molto varia: dove l'acqua è più fonda e non inquinata, nel lago e nel Piave, nuotano le trote, mentre nei ruscelli guizza il giozzo.
Tra gli anfibi montani vi sono la rana, la salamandra nera, il tritone alpestre e l'ululone.
Fra i rettili sono molto diffusi l'innocuo orbettino e le pericolose vipere aspis e berus.
Il topo quercino e le arvicole costituiscono il principale alimento dei rapaci.
Menzioniamo, infine, anche alcuni dei moltissimi insetti che caratterizzano l'ambiente boschivo: il bostrico del legno, le onnipresenti formiche, le vespe e le preziosissime api il cui allevamento permette la produzione di grandissime quantità di ottimo miele.