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UN FATTORE DI UNITA'; |
| La conformazione orogenetica dell’Italia si presenta in modo penalizzante per la notevole diffusione di aree montane estese. Tutte le regioni, sia nella penisola e nelle isole, sia nell’arco alpino, sono interessate, anche se in misura variabile, dalla presenza di rilievi, e questo comporta una serie d’inconvenienti di tipo logistico, economico e culturale che colpisce tutto il Paese. In primo luogo, è noto che le montagne ostacolano, a tutti i livelli, i confronti tra i popoli e la conoscenza delle realtà diverse. In seguito, i problemi più concreti sorgono dalla difficoltà di comunicazione, dalla carenza e poca efficacia dei servizi, nonché dai pesanti oneri e dai rischi che gravano su chi tenta di intraprendere qualunque attività produttiva. Infine non va dimenticato che le poche risorse tipiche, quali il patrimonio forestale, lo sfruttamento idrico e il turismo, raramente rendono un beneficio alle popolazioni locali, mentre il dissesto idrogeologico si sta intensificando, con continuo pericolo di calamità naturali. Ma il problema che abbiamo affrontato con priorità assoluta deriva dalle condizioni climatiche: per molti mesi le temperature sono talmente rigide da imporre spese ingenti per il riscaldamento da parte dei privati, dei settori di produzione e degli enti pubblici. Se, un tempo, la vita in montagna veniva scandita da una regolarità fondata sul sacrificio e sulla modestia, ora non è più possibile. Le abitudini della civiltà moderna hanno imposto, anche presso le realtà disagiate, il bisogno di adeguarsi, di abbandonare certe tradizioni perché non sono più vantaggiose e tutto ciò influisce negativamente sulle popolazioni, sia in termini economici che morali. Una volta, ogni famiglia, per quanto numerosa, sopravviveva coltivando la terra, allevando il bestiame e sfruttando i boschi, senza tante preoccupazioni - come accade adesso - per le tasse, la burocrazia e l’approvvigionamento di beni sempre più costosi e superflui. D’altro canto, se la corsa al consumismo e l’adozione di un tenore di vita più dinamico sono state costrette all’emulazione dei ritmi e dei modelli urbani (pena l’oblio e l’esclusione da qualunque grado socio-amministrativo), la montagna non ha mai goduto di incentivi adeguati alla propria realtà in funzione di questa complessità di cambiamenti. Tutto questo si è verificato in ogni zona montana, nelle Alpi come negli Appennini, in Piemonte come in Calabria, ad oriente come ad occidente. Sotto questo aspetto, l’Italia può dirsi sicuramente unita: l’arretratezza nelle possibilità offerte alla montagna. E, poiché l’Italia, per quasi due terzi, presenta un territorio in quota, è incredibile come i vari organi ed istituzioni competenti abbiano fatto così poco per agevolarne le popolazioni. La vita in montagna è dura e costosa, perciò si sta determinando, specie negli ultimi decenni, uno spopolamento rapido che, allo stato, appare irreversibile e che provoca evidenti disagi a tutta l’Italia, visto che non solo non viene utilizzata adeguatamente gran parte dello spazio disponibile, ma, inoltre, il fenomeno dell’inurbamento disordinato crea spesso difficoltà, sia agli emigranti, sia agli abitanti delle città. | Vista la secolare capacità di adattamento e la «vocazione» all’emigrazione da parte di molti montanari, il fenomeno dello spopolamento era sentito, fino a qualche tempo fa, più come una necessità che come un problema, una ricerca di migliorare le condizioni personali e non un tradimento delle proprie origini. Oggi, invece, per molti è diventata una necessità dolorosa. E se è vero che in montagna c’è poca disoccupazione, ciò è dovuto al fatto che la forza lavoro rimasta è davvero esigua. A questo punto, è chiaro che un riequilibrio sollecito e sicuro nelle potenzialità d’insediamento risulterebbe proficuo per tutte le diverse realtà dell’Italia, dalla montagna alla riviera, dalla pianura alla città. Al Co.D.A.M. ripugna qualunque forma di campanilismo o faziosità ingiustificata, per cui il fine delle nostre iniziative è quello di rendere le medesime possibilità abitative e redditizie su tutto l’ambito nazionale. Non ci occupiamo, altresì, di «politica» nel senso tradizionale del termine, ossia di instaurare collegamenti o rapporti coi partiti. La montagna non può essere di destra o di sinistra o di centro. Crediamo, invece, che i problemi di cui abbiamo parlato debbano stare a cuore a tutte le forze politiche. Dopo gli esiti negativi prodotti dalle conflittualità sociali, politiche, economiche e, recentemente, «latitudinali», sarebbe paradossale originare un astio anche «altimetrico». Diversamente, il principale motivo di fiducia del nostro operato consiste proprio nella consapevolezza di affrontare problematiche talmente diffuse ed omogenee da poter coinvolgere l’attenzione generale di quanti hanno a che fare quotidianamente con situazioni simili. Non c’è, quindi, motivo di stupore nel fatto che il Co.D.A.M. abbia ottenuto adesioni e consensi immediati da parte di associazioni, enti e comitati di diverse regioni. Di conseguenza, anche i criteri d’intervento saranno più concreti ed incisivi. è ovvio che le montagne non si possono spianare (cosa, per altro, aberrante sotto il profilo ambientale). Ciò che invece si rende indispensabile è la sollecitazione, con tutti gli strumenti democratici e legali, degli organi istituzionali (Governo, Parlamento, Regioni) affinché promuovano iniziative che tengano maggiormente conto dei problemi specifici delle varie realtà geografiche. Il Co.D.A.M. si impegnerà quindi, perchè vengano correttamente applicate le leggi e le normative italiane ed europee già in vigore e prodotte nuove leggi e normative a favore dello sviluppo sociale ed economico nelle aree montane. Siamo convinti che, una volta raggiunti detti obiettivi, la montagna italiana tornerà e ricoprire il ruolo che le compete nel panorama economico e culturale nazionale e potrà nuovamente vivere dignitosamente e non sopravvivere a stento. |

| Scaldarsi in Italia è un lusso. Il Governo italiano, nella sua voracità fiscale, non si limita a colpire beni voluttuari, ma si accanisce contro un bisogno primario del cittadino: quello di scaldarsi. Il gasolio da riscaldamento, che era negli anni Settanta la prima fonte energetica per il riscaldamento, era tassato con 5 L./it. per il gasolio da riscaldamento e circa 630 L./it. per il gasolio da autotrazione. Verso il 1974, per effetto dello scandalo petroli, fu unificata gradualmente l’imposta del gasolio da riscaldamento e del gasolio da autotrazione a 30 L./it. Allora il gasolio da autotrazione era il più basso d’Europa e molti si ricordano che i TIR stranieri si dotavano di serbatoi capienti per poter fare il pieno alle pompe italiane. Dopo il secondo shock energetico, siamo nel 1979-’80, che fece salire progressivamente il prezzo fino a 40 $ il barile, nel 1986 ci fu il controshock che vide scendere rapidamente il prezzo del petrolio sino a punte minime di 10 $ il barile. Lo Stato italiano, anziché diminuire il prezzo, fiscalizzò la progressiva diminuzione del prezzo industriale, e così si ottenne il primato della tassa più alta d’Europa sul gasolio da riscaldamento. Attualmente sul costo finale di L./it. 1.400 l’imposta grava per i 2/3 ed è dieci volte superiore a quella del Regno Unito e quattro volte la media dei Paesi Europei. Indubbiamente, da questa situazione ha tratto beneficio il metano, che, godendo di una minor tassazione, alla fine degli anni Settanta è passato da 8,6 miliardi di mc. di consumo nazionale per uso civile e riscaldamento agli attuali 23 miliardi di mc. Contemporaneamente il gasolio da riscaldamento è sceso dai 16 miliardi di litri di consumo nazionale di quegli anni agli attuali 4,3 miliardi. La metanizzazione in Italia, favorita anche da una scelta governativa, al fine di utilizzare al meglio la rete distributiva, si può considerare compiuta su quasi tutto il territorio nazionale. Appare pertanto anacronistico mantenere una differente tassazione per favorire ulteriormente il gas. Anche il gas, pur avendo una tassazione decisamente inferiore a quella del gasolio da riscaldamento, sconta un’imposta che non ha riscontri negli altri Paesi europei.Al fine di mantenere il mix energetico, già squilibrato in Italia una volta a favore del liquido e attualmente a favore del metano, è fondamentale e necessario che il Governo | provveda a una detassazione del gasolio da riscaldamento e che i prodotti per il riscaldamento autorizzati dalla Legge attualmente in vigore abbiano un carico fiscale uguale, in funzione del loro potere calorifico e che il consumatore sia messo in condizione di poter scegliere la fonte energetica a lui più idonea.Questa scelta è strutturale anche per il comparto industriale del settore petrolifero, in quanto, mentre si mantengono i consumi di benzine, registrano flessioni del consumo di gasoli. Una eventuale detassazione del gasolio da riscaldamento potrebbe sembrare a prima vista un danno per l’Erario, mentre, se approfondiamo il problema, il Governo potrebbe avere qualche vantaggio, in quanto se l’incidenza nel paniere del gasolio da riscaldamento è lo 0,72%, una graduale riduzione di L./it. 700 sull’attuale costo di L./it. 1.400, che ci vedrebbe ancora sui valori più alti del prezzo in Europa, determinerebbe un calo d’inflazione dello 0,36%, coi benefici facilmente calcolabili in termini di riduzione del costo del costo del denaro. Il minor gettito per lo Stato sarebbe largamente compensato dal vantaggio della riduzione dell’inflazione e dagli ulteriori tagli di spese per il riscaldamento delle strutture pubbliche che utilizzano il gasolio e che rappresentano ancora una cospicua fetta, stimabile intorno al 20% circa del consumo nazionale di gasolio da riscaldamento. Ritengo che un ulteriore vantaggio sarebbe quello di evitare la metanizzazione in zone difficilmente raggiungibili, con costi che non giustificherebbero il ritorno dell’investimento. L’eventuale detassazione favorirebbe anche le trasformazioni dei residui impianti funzionanti ad Olio Combustibile, con evidenti vantaggi ecologici. Infine, concludo dicendo che il bilancio familiare si può aiutare non solo aumentando gli stipendi, ma anche alleggerendo i costi del riscaldamento a cui tutti hanno diritto, anche le classi più deboli. |

| In Italia ha il costo più elevato rispetto a tutti gli altri paesi Europei. La media Europea è di Lit.700 il litro circa. Il gasolio da riscaldamento raggiunge attualmente le 1430 lire al litro, il consumo medio di una famiglia tipo dove non ci siano anziani ad una temperatura di circa 18 gradi per un appartamento di 70/80 mq. è circa di 500 litri al mese, nelle nostre zone di montagna normalmente ci si deve riscaldare mediamente per 8 o 9 mesi all’anno, dando così un ritorno di spesa di circa Lit. 6.000.000. Qualora siano presenti degli anziani la spesa complessiva lievita di circa il 40 o 50%, in quanto è necessario riscaldare anche nelle ore notturne ed a maggiori temperature. Considerando che il prezzo industriale, cioè con il guadagno dei fornitori è di circa Lit.400 al litro, che su un litro di carburante gravano circa Lit.1000 di imposizione fiscale, che il riscaldamento a gasolio copre ormai soltanto il 18% del territorio nazionale(Assopetroli), in pratica tutte le popolazioni dell’arco alpino che ovviamente non possono farne a meno, è facile capire come tale imposizione fiscale venga pagata principalmente dalla gente residente nelle aree montane, proponendosi come una tassazione iniqua ed ingiusta, in quanto va a colpire una necessità primaria ed un diritto di ogni cittadino, quello di potersi riscaldare. Proviamo ad immaginare inoltre l’impatto di tale costo sugli Enti locali ma sopratutto sul turismo, gli Albergatori essenzialmente, che devono sborsare mensilmente fiumi di denaro per il riscaldamento che si ripercuotono poi sul prezzo finale dei servizi rendendoli ovviamente meno competitivi ed appetibili rispetto ad altre zone. | La ciliegina sulla torta, sull’argomento gasolio è data da una proposta fatta nel Settembre del 1995 dall’ Ing.MORO, Presidente della Commissione combustibili dell’Assopetroli e socio onorario del Co.D.A.M., e per la quale è stata presentata anche un’interrogazione Parlamentare. La proposta piace a molti, ed è stata avallata a Roma da diversi parlamentari e senatori. In sostanza, riducendo a livello Europeo, (e quindi a maggior ragione in Italia) le imposte sul gasolio da riscaldamento, si potrebbe tagliare l’inflazione dello 0,55% con un risparmio solo di interessi sul debito pubblico di circa 4.000 miliardi, per non dire di tutti gli altri vantaggi indotti da una riduzione del costo del denaro. Tra le altre cose l’imposizione fiscale sul gasolio da riscaldamento è stata ridotta notevolmente per il settore agricolo e per i florovivaisti, ed il decreto per la colorazione diversa dei gasoli da riscaldamento ed autotrazione è stato ormai firmato e pubblicato sulla G.U. |